Caso Ranucci-Lavitola, un ordigno… d’amore
Conosco Lavitola, e nel 2005/2006 ho avuto modo di picchiarlo ed espellerlo dal nuovoPSI, perché indegno di essere in un nobile partito e come sempre fui lungimirante. Si era appropriato del giornale Avanti, faceva affari politici con Silvio Berlusconi e frequentava i soliti buoni della politica e dei servizi segreti di destra e di sinistra, era di scarsa moralità e principi. Pur di raggiungere i suoi obiettivi anche politici oltre economici era pronto a tutto e voleva diventare parlamentare con i metodi di Grillo e Vannaci con l’amico RANUCCI e sull’esempio dell’attentato a Trump, quale occasione migliore per fare il ministro con RANUCCI, confezionargli un attentato terroristico. Di seguito la dimostrazione della veridicità di quanto sopra. Da giorni le cronache giornalistiche si occupano degli sviluppi dell’indagine sul caso scaturito dall’attentato dinamitardo a Sigfrido Ranucci, ossia l’esplosione avvenuta nella tarda serata del 17 ottobre 2025 che distrusse l’auto del giornalista e quella della figlia. La potenza della deflagrazione fu tale da poter uccidere chiunque si fosse trovato a passare nei paraggi in quel momento. Le indagini successive hanno portato all’arresto di coloro che gli inquirenti ritengono essere stati gli esecutori materiali del crimine e questi, a loro volta, avrebbero indicato Valter Lavitola, faccendiere non meglio identificabile, noto tanto alle cronache politiche quanto a quelle giudiziarie della Prima e della Seconda Repubblica, come mandante. Quest’ultimo, indagato dalla Procura di Roma, che ritiene fosse in procinto di espatriare in Africa, è un personaggio che bazzica il sottobosco del potere politico, ben dentro quella rete di rapporti e conoscenze che contano per fare affari ma, soprattutto, per sapere dove scorra il fiume carsico della politica politicante. Il primo colpo di scena è quello che lega Ranucci e Lavitola da un’amicizia che va ben oltre la semplice conoscenza o gli sporadici rapporti che normalmente intercorrono tra un giornalista d’inchiesta e un personaggio ben informato e introdotto. Secondo Paolo Mieli, che ha partecipato di recente a una cena con i due protagonisti della vicenda, i rapporti emersi erano di estrema confidenzialità, quelli che intercorrono tra persone che si frequentano e si conoscono molto bene. Ed è proprio questo il quesito più importante per dipanare l’intricata matassa che sta emergendo e destando scalpore e curiosità: perché un amico stretto come Lavitola sarebbe stato il mandante di un attentato contro Ranucci? Emerge dalle cronache che Lavitola facesse circolare da tempo, in determinati ambienti, sondaggi dai quali risultava un vasto consenso verso il giornalista e conduttore di Report, nonché la possibilità che costui potesse scendere nell’agone politico come nuova icona della sinistra, emblema di quella parte della società che gli riconosce la veste di eroe intemerato e fustigatore della corruzione e dei corrotti. Che questa non fosse un’ipotesi campata in aria non c’era bisogno che fosse Lavitola a sostenerlo: era nell’ordine naturale delle cose in una nazione dove, specie a sinistra ma non solo, si è alla continua ricerca del volto nuovo, dell’intemerato fustigatore dei vizi e dei tiranni, dell’icona da adorare. Che questo venga dall’imprenditoria, come Silvio Berlusconi, dall’esercito, come Roberto Vannacci, dal mondo dello spettacolo, come Beppe Grillo, o dal giornalismo, come Ranucci, non fa alcuna differenza per aggregare il consenso degli eterni protestatari, degli scontenti inconsolabili, dei manettari e dei moralisti. A prescindere da come finirà la curiosa vicenda tra Lavitola e Ranucci, questo è il punto nodale che riemerge nel Belpaese: tutti sono ritenuti migliori di coloro che provengono da una formazione e da un’esperienza politica vera e propria. Insomma, lo Stato verrebbe meglio governato, la società moralizzata, l’economia risanata e il potere ridimensionato se a farlo fossero coloro che di politica poco o nulla sanno.
Un paradosso che diventa paradigma quando trasliamo il concetto fuori dall’ambito politico-amministrativo: farsi operare da un chirurgo neofita, far progettare la propria casa a un geometra di primo pelo, affidare la propria esistenza al primo che appaia nuovo ai nostri occhi. E poiché ciò che è nuovo non è noto, e ciò che è noto non è nuovo, ci si deve affidare all’uomo della provvidenza, al taumaturgo, all’intemerato eroe che la provvidenza assegna al popolo italiano. Dietro questa vezzosa idea farlocca si nasconde il vero perché: l’inconfessata vocazione a far sì che tutto cambi purché non cambi ciascuno di noi, purché non si attenuino i nostri difetti di cittadini né la nostra vocazione a essere elettori-clienti e occasionali opportunisti del potere. Insomma, chi deve governare lo Stivale deve avere in testa l’aureola della santità, essere circondato dall’alone della straordinarietà e indossare la brillante corazza di chi combatte soprusi e ingiustizie, purché siano quelle che riguardano gli altri. Lavitola queste cose le conosce benissimo: conosce gli arcana imperii del potere e conosce gli italiani. E, come ha argutamente osservato qualche commentatore, forse ha voluto conferire all’amico Ranucci l’indispensabile aureola, quella del martire, del cavaliere senza macchia che andava fermato. Rifiuto l’idea che Ranucci sapesse, ma nulla è escluso quando c’è di mezzo un così grande potere. Ne consegue che quello esploso non é stato altro che un…ordigno d’amore!! Beato e’ quel popolo che non ha bisogno di eroi.
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