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Analisi perfetta del Sen. D’Anna e mia “Gli sproloqui di Trump”

C’è poco da fare con Donald Trump che, come tutti gli uomini di potere, subisce il fascino del potere stesso e si inebria inalando le volute dell’incenso che, come è noto, è il fumo più tossico per la mente dell’uomo. Per quanto umorale e bizzarro sia il suo carattere, dovrebbe stare attento a non varcare quella sottile linea che separa il sublime dal ridicolo. Per quanto grande sia il potere decisionale che esercita, gli americani che hanno ancora la testa sulle spalle dovrebbero ricordare giorni migliori vissuti dalla grande democrazia che regna in quella gloriosa nazione. Nel Pantheon della Casa Bianca sono affisse le effigi di uomini eccezionali per intelligenza e coraggio, per sincero spirito di servizio alla democrazia e alla difesa della libertà: c’è posto anche per un rozzo politicante, adoratore di sé stesso prima ancora che dell’istituzione che rappresenta? Per farla breve, il miliardario newyorkese rassomiglia sempre più a quei suoi elettori scalmanati che, indossando variopinti costumi, occuparono e devastarono Capitol Hill, sede del Congresso degli Stati Uniti. Insomma, un’icona ben peggiore di quelle rappresentate dalle comunità “woke” e “gender”, contro le quali il presidente statunitense si è scagliato con veemenza facendone il mantra della propria campagna elettorale. Dalla bocca del tycoon è uscito tutto e il contrario di tutto: araldo della pace, autocandidatosi al Nobel, ma al contempo pronto a impegnare gli Stati Uniti in operazioni militari; dichiarato vessillifero della libertà, ma tollerante verso le angherie dell’aggressore russo Vladimir Putin, lesinando aiuti agli ucraini e facendosi pagare gli aiuti concessi a Kiev riscuotendo i crediti sotto forma di sfruttamento delle loro materie prime. Così come in Venezuela, dove ha detronizzato il dittatore comunista Nicolás Maduro, lasciando però in piedi gran parte dell’apparato politico che ancora governa quel regime, dopo aver ottenuto in cambio l’accesso alle risorse petrolifere del Paese. Anche sull’Iran ha inanellato un’altra contraddizione, con una guerra alla quale è seguito un armistizio che lascia sostanzialmente immutate le cose. E tuttavia non tiene a freno la lingua, riporta così alla mente la massima secondo cui un cretino non è chi non ha idee, ma chi crede in tutte le idee che gli passano per la testa. Orbene, definire Giorgia Meloni una che avrebbe chiesto di fare una foto e l’avrebbe ottenuta soltanto perché capace di suscitare pietà non è solo una balla: è la dimostrazione che ci troviamo innanzi a un bullo, a un fanfarone che può essere paragonato al miles gloriosus della commedia di Plauto, non certo a Pericle, a cui, invece, Trump immagina di somigliare. Che una nazione dai trascorsi così meritori sia finita nelle mani di un soggetto di tal genere rappresenta una minaccia per il mondo intero, oltre che uno sberleffo irriverente per il popolo americano. Se poi il popolo americano si è ridotto a meritarsi una simile macchietta come capo, allora sta messo peggio del peggior popolo della Terra. Certo, la diplomazia ricucirà lo strappo ma bene ha fatto Antonio Tajani ad annullare il viaggio negli States, così come bene ha fatto il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a esprimere pronta solidarietà al Presidente del Consiglio. L’Italia aveva un debito morale e materiale con l’America per quanto ricevuto nel secolo scorso, ma quel debito può ormai dirsi saldato. Se il nostro fosse un Paese politicamente solidale, nel quale l’interesse e il prestigio nazionale avessero la massima priorità e non prevalesse invece una politica eternamente polemica e denigratoria, il Parlamento pretenderebbe pubbliche scuse. In mancanza di esse, revocherebbe tutte le concessioni territoriali concesse alle basi americane in Italia. Purtroppo c’è da temere che il tutto finisca in cagnara interna ed a tarallucci e vino sul piano della politica estera. Così farebbe un popolo che mantiene alto il sentimento nazionale, che concede precedenza alle cose che hanno un valore e non un prezzo o una semplice convenienza. Si dirà che l’alleanza è stipulata con gli Stati Uniti d’America e non con uno dei suoi presidenti; tuttavia l’interdizione delle basi dovrebbe durare almeno quanto il mandato di questo strambo inquilino della Casa Bianca. Gli americani, che poco sanno e poco si interessano delle vicende della vecchia Europa, sarebbero così indotti a prestare orecchio e a trarne una qualche considerazione. Prevarranno certamente gli affari e la ragion di Stato, ma il vulnus arrecato all’immagine dell’America in Italia non sarà cosa transitoria. Molti tra noi conservavano ancora negli occhi la trionfale visita di John Fitzgerald Kennedy a Napoli nel 1963, tra due ali di folla entusiasta: un ricordo ormai definitivamente cancellato. Quel che invece viene alla mente pensando a Trump è l’aforisma di Alexandre Dumas, secondo cui “tra un malvagio e un cretino è da preferire il primo, perché questi qualche volta riposa”. E “The Donald” è infaticabile, in continua, perpetua agitazione!

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