Otto settembre, il giorno dell’infamia e della redenzione
Ebbene, le considerazioni su l’8 settembre dovrebbero essere riscritte, anche da noi socialisti del nuovo psi, che più criticamente di ogni altro, sappiamo riconoscere luci ed ombre attorno a quella storica data, che non viene né riconosciuta né ricordata per l’importanza che veramente ha o avrebbe, e le considerazioni del mio collega Sen. D’Anna bene le interpretano e che faccio mie.
Correva il mese di settembre del 1943. Le forze alleate che risalivano la penisola dalla Sicilia (dove erano approdate due mesi prima), sbarcavano sulle coste di Salerno proseguendo la lunga serie di operazioni anfibie che di lì a poco le avrebbe portate prima al sanguinoso blitz di Anzio e poi a quello ancora più gravoso di Normandia, nel 1944. Ebbene, l’otto di quel mese è diventato tristemente famoso perché proprio in quel giorno fu annunciato, pubblicamente alla radio, l’armistizio siglato tra l’Italia e gli anglo-americani. A firmarlo, a Cassibile, era stato il generale Castellano in nome del maresciallo Pietro Badoglio, capo provvisorio del governo dopo la caduta di Mussolini. In quella circostanza, re Vittorio Emanuele III era fuggito verso il Sud Italia per sottrarsi alla prevedibile reazione dell’oramai ex alleato germanico, lasciando la nazione in balia dei tedeschi proditoriamente traditi. All’annuncio di quella che a tutti gli effetti suonava come una capitolazione, l’esercito italiano si dissolse praticamente nel nulla. Iniziava così, tra partigiani e truppe rimaste nei ranghi dell’esercito, e tra tedeschi e fascisti rimasti fedeli al duce, una guerra civile che si sarebbe conclusa il 25 aprile del 1945 con la cacciata dei nazisti e la dissoluzione della cosiddetta repubblica fantoccio di Salò, che Mussolini aveva costituito nel Nord del Paese per non arrendersi ai suoi nemici. Per la verità più che un armistizio quella ufficializzata l’otto settembre fu una resa senza condizioni, imposta dagli Alleati con la Penisola che si ritrovava sottoposta, di fatto, ad un rigido controllo. La stessa monarchia, dimostratasi imbelle e vile nell’ora più buia, restò in piedi solo formalmente. Quell’otto settembre fu un giorno di vergogna ed infamia per quasi un intero popolo, che rapidamente diede vita al più classico dei trasformismi: da fascista prima ad antifascista poi. Il premier britannico Winston Churchill commentò l’accaduto con cinica e iconica ironia, scrivendo che “gli Italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre, e le guerre come se fossero partite di calcio”. Infatti, quanto a coerenza, gli abitanti del Belpaese non hanno mai goduto di buona fama, per quella nostra indole levantina e opportunista che pare costituire una sorta di cifra identitaria, se non genetica. Un portato culturale, quasi ontologico, che non pare sia molto mutato nel tempo. Non a caso, dopo quarant’anni di governo della Democrazia cristiana e del pentapartito — tra leggi assistenziali e clientelari, debito pubblico causato da provvedimenti privi di copertura finanziaria, per gratificare blocchi sociali, professionali e sindacali, ci siamo inventati la cosiddetta “rivoluzione grillina”, fondata sulla falsa convinzione che esistesse una “casta” politica corrotta e dissipatrice, responsabile dell’impoverimento di un popolo candido e immune da ogni compromesso e responsabilità. Un popolo che, pur avendo frequentato per decenni le segreterie politiche, per chiedere prebende ed agevolazioni, si proclamava improvvisamente purificato dal sacro fuoco della morale pubblica, come se eletti ed elettori non si somigliassero, pur essendo i primi espressione della volontà dei secondi. E che dire del più grande partito comunista d’Occidente e dei suoi milioni di proseliti, gente anonima oppure autorevole, che con la caduta del Muro di Berlino e la sconfitta storica della dottrina dello Stato massimo, si è trasformata in paladina del liberalismo , senza mai abiurare apertamente convinzioni e militanza? Speculare, in tempi più recenti, è stata anche la metamorfosi della destra nostalgica del fascismo, allorché molti di quegli uomini, un tempo appassionati difensori del “Ventennio”, sono approdati su sponde governative (ed incarichi di prestigio). A fronte di tutto ciò non si è certo esaurito l’uso strumentale dell’antifascismo come mezzo di lotta politica, così come non accenna a scemare un anticomunismo viscerale che non trova più riscontro dalle nostre parti. L’otto settembre del 1943 fu però anche il giorno del riscatto e della redenzione per quella parte del popolo italiano che aveva subìto le angherie del regime, in termini di negazione delle libertà e dei diritti politici. Per quanto enfatizzata — e per alcuni versi impropriamente identificata come esclusivo patrimonio della sinistra — la Resistenza e la liberazione dal nazifascismo, la Repubblica costituzionale e la scelta dei valori di democrazia e libertà tipici dell’Occidente, presero forma proprio quel fatidico giorno. Ma un popolo tanto ondivago, scaltro nel correre sempre in soccorso del vincitore, non celebrerà mai quella fatidica data, se non per farne un uso manicheo e strumentale.
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