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Daniela Santanchè non è simpatica. Non lo è mai stata. Non lo sarà

Arrogante, divisiva, sfrontata nei tacchi a spillo e negli abiti griffati. La donna che la sinistra ama odiare e che una parte della destra fatica a difendere. Concesso. Tutto concesso.

Ora i fatti. Il 25 marzo 2026 Santanchè si è dimessa da ministro del Turismo, su richiesta pubblica della presidente del Consiglio. A processo a Milano per presunto falso in bilancio su Visibilia. Per la vicenda della cassa integrazione covid, nemmeno un rinvio a giudizio. Certificato penale immacolato. Nessuna condanna.

Ha resistito ventiquattr’ore, poi ha scritto “obbedisco” e ha lasciato il ministero. Terza testa caduta nel centrodestra in quarantotto ore, dopo Delmastro e Bartolozzi. Nessuna delle tre con una sentenza definitiva alle spalle.

Bene. Se il metro è questo – il passo indietro per chi ha guai giudiziari – allora applichiamolo. A tutti. E qui il discorso si fa istruttivo.

Chiara Appendino siede alla Camera dei deputati. Fino a ottobre 2025 era vicepresidente nazionale del Movimento 5 Stelle: si è dimessa da quel ruolo per divergenze politiche con Giuseppe Conte sulla linea delle alleanze. La condanna non c’entrava nulla.

Eppure la condanna c’è. Definitiva.

Il 20 gennaio 2026 la Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d’assise d’appello di Torino: un anno, cinque mesi e ventitré giorni per disastro colposo, omicidio colposo e lesioni colpose plurime.

Due donne morte. Oltre milleseicento feriti. Piazza San Carlo, Torino, 3 giugno 2017. Una tragedia che il tribunale ha ricondotto a carenze organizzative nella gestione dell’evento.

Non un’opinione: tre gradi di giudizio.

La deputata Appendino non si è dimessa dalla Camera. Non ci pensa. Nessuno glielo chiede. Nessun leader dell’opposizione invoca il suo passo indietro. Nessun editorialista progressista ne fa un caso di “sensibilità istituzionale”. Due donne morte pesano meno di un fascicolo aperto per falso in bilancio, a quanto pare.

Nel frattempo Appendino è anche vicepresidente della Federazione Italiana Tennis e Padel, rieletta nel settembre 2024, quando la Cassazione aveva già dichiarato irrevocabile la sua responsabilità penale per i fatti di Piazza San Carlo. Il tennis italiano conquista il mondo con Sinner. Chi siede nel consiglio federale ha sulla coscienza – lo dice una sentenza irrevocabile – una piazza trasformata in mattatoio. Nessuno fiata.

Proseguiamo.

Mimmo Lucano, europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra. Condanna definitiva in Cassazione a diciotto mesi per falso in atto pubblico, febbraio 2025. A luglio il Tribunale di Locri lo ha dichiarato decaduto da sindaco di Riace in applicazione della legge Severino.

Il Consiglio comunale aveva votato contro la presa d’atto della decadenza. Lucano ha fatto appello e resta al suo posto nelle more del giudizio. A Strasburgo non si è mai posto il problema. Per la sinistra italiana Lucano non è un condannato: è un’icona. Le icone non decadono.

Poi c’è il capolavoro giuridico. Ilaria Salis, arrestata a Budapest nel febbraio 2023 con l’accusa di aver aggredito tre persone. Detenuta per oltre un anno. Alleanza Verdi e Sinistra la candida alle europee del 2024. L’elezione le conferisce l’immunità parlamentare. Il processo si congela. L’Ungheria chiede la revoca dell’immunità. L’Europarlamento la respinge: 306 voti contro 305. Scrutinio segreto. Un voto di scarto.

I reati contestati sono precedenti all’elezione e non hanno alcun nesso con il mandato. Il seggio europeo funziona come una cella rovesciata: protegge chi dovrebbe comparire davanti a un giudice.

C’è infine un ultimo capitolo, che non riguarda le dimissioni, ma l’impudenza. Aboubakar Soumahoro, il deputato che entrò a Montecitorio con gli stivali sporchi di fango per solidarizzare con i braccianti. Sua moglie Liliane Murekatete e sua suocera finiscono ai domiciliari: frode nelle pubbliche forniture, bancarotta fraudolenta, autoriciclaggio.

I soldi delle cooperative per l’accoglienza dei migranti – proprio quei migranti di cui Soumahoro si ergeva a difensore – finivano in ristoranti, gioiellerie, centri estetici, abbigliamento di lusso. Un “programma delinquenziale a gestione familiare”, scrisse il gip.

Il deputato con gli stivali non sapeva nulla. Non vedeva nulla. Non si faceva domande. Nemmeno quando la moglie pubblicava sui social le foto con le borse di Louis Vuitton. La sua difesa a Piazzapulita resta un monumento all’impudenza: “Esiste un diritto all’eleganza. La moda non è né bianca né nera. È semplicemente umana.”

I braccianti senza stipendio, i migranti stipati in strutture che la Procura definì “offensive della dignità umana”; tutto questo svanisce dentro una borsa griffata e un diritto costituzionale finora sconosciuto.

Il punto non è Daniela Santanchè. Non è la sua antipatia e non sono i suoi tacchi. Il punto è un sistema in cui le dimissioni funzionano a senso unico. Si pretendono a destra anche senza condanne. Si ignorano a sinistra anche con sentenze definitive. Si invocano per chi ha il certificato penale pulito. Si dimenticano per chi è condannata per la morte di due persone. Si grida allo scandalo per un’indagine. Si tace su un seggio europeo usato come salvacondotto.

Lo stesso doppio standard morale riappare nella corporazione che più di ogni altra pretende neutralità. Dopo la vittoria del No al referendum, magistrati hanno brindato cantando Bella Ciao. Giudici e parte in causa. Arbitri e tifosi. Chi dovrebbe garantire imparzialità festeggia con un inno di parte la sconfitta di una riforma che lo riguardava direttamente. E poi chiede di essere considerato terzo e imparziale. Il cortocircuito è completo.

Le dimissioni a senso unico non sono un incidente. Sono un metodo. La destra paga anche quando non deve. La sinistra incassa anche quando non può. In una Repubblica dove il doppio standard è diventato regola, resta un solo garante della Costituzione. Vive al Quirinale.

Basterebbe la sua voce a ricordare che chi ha condanne definitive non può restare aggrappato alle istituzioni, mentre chi non ha nemmeno un rinvio a giudizio viene accompagnato alla porta.

Non servirebbe un decreto. Basterebbe una parola. Quella parola che renderebbe certe posizioni semplicemente insostenibili. Perché le sentenze valgono per tutti o non valgono per nessuno. E la Costituzione, all’articolo 3, non prevede eccezioni di colore politico.

Autore: Roberto Riccardi

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