La manovra di bilancio 2026 del governo meloni: le analisi critiche
Il governo Meloni ha chiuso la legge di bilancio che vale 16 miliardi di euro; in pratica è del tutto inconsistente, incapace di incidere sulle difficoltà della stragrande maggioranza della popolazione del paese. Anzi, di quei 16 miliardi, ben 10 provengono da tagli. Dunque, da nuova austerità e nuove privatizzazioni. Ma c’è un aspetto che ci è sembrato davvero grottesco. Dei 6 miliardi di “entrate”, ben 3 dovrebbero venire dalle banche; ma in che cosa consiste realmente il “contributo” concordato dalle banche con il superministro dell’economia Giancarlo Giorgetti? In un anticipo di imposte per 3 miliardi, appunto. In pratica le banche pagano subito imposte future che, naturalmente, non pagheranno poi. In questo senso la presidente Meloni e il ministro Giorgetti hanno ottenuto, come massimo risultato nei confronti delle banche, un anticipo di liquidità che dovrà restituire il prossimo governo. Davvero fantastico se si pensa che le banche italiane dal 2022 al 2025 hanno realizzato quasi 165 miliardi di utili con un tax/rate medio (rapporto tra tasse pagate e utili) del 22%!!!
E’ sempre più evidente che la presente Legge di bilancio ha come unico obiettivo quello di riportare il deficit al di sotto del 3% e uscire dalla procedura d’infrazione, operando politiche di tagli e inserendo misure che dovrebbero garantire benefici ma che in realtà, secondo il nostro parere frutto di attenti studi, sono di entità risibile e sostanzialmente ridotti a mere promesse, senza alcun provvedimento di carattere strutturale.
Ma a cosa serve rientrare nel parametro del 3%? Ad avere un voto migliore da parte delle agenzie di rating di proprietà dei grandi fondi Usa? Possiamo rispondere pure di sì. Ma questo serve a pagare meno interessi sul debito? Non sembrerebbe proprio visto i rendimenti dei titoli di Stato italiani che restano decisamente assai alti. La riduzione del deficit serve ad avere più risorse dall’Unione europea? Non sembrerebbe proprio visto peraltro che, tra poco, cesserà anche il Pnrr il cui unico risultato è stato quello di portare le stime di crescita del Pil a neppure l’1%, e il nostro paese continua a versare al bilancio europeo più di quanto riceva. Ma allora perché questa politica del rigore che, di fatto, non consente neppure di adeguare la spesa pubblica all’inflazione? Giorgia Meloni, quando era all’opposizione, lanciava strali contro il Patto di stabilità e ora ne è diventata la più zelante assertrice di matrice draghiana.
Siamo diventati a nostro avviso come il paese di Robin Hood al contrario però dove alle banche e alle assicurazioni si chiede se, cortesemente, anticipano le tasse che non pagheranno poi in futuro, dimenticando i colossali profitti e, nel caso delle assicurazioni, non considerando che l’introduzione universale della polizza sulle calamità naturali è destinata a generare entrate per una cifra oscillante fra i 2 e i 4 miliardi di euro l’anno. Ma le tasse le deve pagare il lavoro dipendente a cui il Patto di stabilità toglie il Welfare, ovvero lo Stato Sociale.
Lo stesso ministro Giorgetti lo aveva dichiarato, non senza qualche imbarazzo, che la legge di bilancio sarebbe stata assai diversa da come era stata concepita dal governo. In altre parole, non ci sono molte delle promesse meloniane della campagna elettorale del 2022: nessun taglio fiscale e nessuna nuova rottamazione. E’molto interessante però mettere in evidenza le “ragioni” di questa “revisione” delle promesse del governo ed è stato lo stesso Giorgetti ad averle esposte e motivate.
La prima ragione è l’alto prezzo dell’energia, che dipende in primis, dalle forniture americane che, in maniera paradossale, lo stesso governo Meloni si è impegnato ad acquistare: Trump vuole arrivare al 50% delle importazioni di gas in Europa proveniente dagli Stati Uniti e l’Italia deve assolvere ai propri impegni.
La seconda ragione è dovuto al costo dell’impegno militare che il nostro paese sarà chiamato a sostenere nei prossimi mesi a venire. Per dirla con un linguaggio semplice e più chiaro, l’energia Usa e le spese militari riducono qualsiasi possibilità di spesa pubblica alternativa.
La sudditanza agli Stati Uniti e la debolezza della Ue impongono, di nuovo, sacrifici a cui il governo Meloni supplirà con nuove politiche di privatizzazioni e con i dividendi delle società energetiche di cui è azionista, facendo cassa, di nuovo, con le già esigue risorse degli italiani.
A questo punto verrebbe da chiedere alla Presidente Meloni e al Ministro Giorgetti se non sarebbe il caso di ritornare ad acquistare il gas dalla Russia?
A nostro avviso questa legge di bilancio peggiora una situazione sociale che è già di per sé stessa drammatica da anni e davanti alla quale il governo preferisca voltare le spalle: quasi sei milioni di persone in povertà assoluta; 2 milioni e 500 mila famiglie in precarietà abitativa (150 sfrattate ogni giorno per morosità incolpevole); 2 milioni e 100 mila famiglie che non si possono curare, mentre 4 milioni e 500 mila devono decidere se indebitarsi per farlo; la dispersione scolastica che colpisce un giovane su cinque; l’analfabetismo di ritorno al 33%.
La scena non affatto bella di Meloni, Salvini e Tajani che sono scappati dopo due domande in conferenza stampa sulla legge di bilancio è indicativo dell’imbarazzo del governo davanti ai propri elettori sulle promesse del 2022 che non sono state mantenute.
E in effetti avevano un buon motivo per sottrarsi alle domande della stampa. Perché subito dopo la loro uscita, il ministro Giorgetti è passato alla parte tragicomica: 20 euro in più al mese per le pensioni minime.
Venti!!!!!!!!!
E lo ha pure rivendicato con orgoglio: “Ricorderete le polemiche rispetto ai 6 euro dell’anno scorso…”. Parliamo di un governo che tre anni fa aveva promesso pensioni minime a 1000 euro. Tre anni dopo, non solo non ci è arrivato minimamente, ma si vanta di averne aggiunti venti rispetto ai 6 dell’anno precedente.
Intanto, i prezzi salgono, le bollette pure, le pensioni vengono divorate dall’inflazione e la sanità pubblica crolla. A questo punto, se nel 2026 ci aggiungono altri 20 euro, nel 2045 forse arriviamo agli agognati mille. Basta solo avere un po’ di pazienza.
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