Giustizia malata: la kefiah al posto della toga
Le riflessioni del collega Sen. Vincenzo D’Anna le faccio mie e vi invito a leggerle attentamente, meno di 5’, per capire e poi agire conseguentemente cioè per iscrivervi al nuovo PSI, il partito della tradizione socialista che dovrà risolvere la questione anche della responsabilità civile dei giudici, ripresentando la proposta di legge del 1989 del Sen Socialista Agostino Viviani, nonno materno di Elly, la segretaria del PD, esempio di mutazione abortiva di un DNA politico di primaria grandezza e valore. Leggete, leggete questa lezione magistrale.
Tutti sanno cos’è una toga. E’ una sopravveste di colore nero indossata da magistrati ed avvocati nelle aule di tribunale. Simboleggia l’autorevolezza, la dignità e la tradizione giuridica. Nell’antica Roma, rappresentava invece l’abbigliamento formale dei cittadini maschi romani. Più di un semplice “abito”, dunque. Un capo di abbigliamento che, nel caso di un procedimento giudiziario, significa che chi lo indossa è alla “ricerca della verità”. Un messaggio rassicurante per quanti si ritrovano costretti a fare i conti con la legge, siano essi rei oppure parte lesa. Senza il simbolo della toga il pubblico stesso, ossia l’entità plurale in nome della quale si applicano le norme contenute nei codici, non distinguerebbe più i protagonisti ed il loro ruolo del processo, né si accosterebbe con animo fiducioso agli esiti di cause le cui sentenze vengono pronunciate appunto “in nome del popolo”. Ora, se in sostituzione della toga ci fossero altri fantasiosi e cangianti orpelli, il disorientamento di quanti assistono al giudizio e la fiducia di quelli vi si sottopongono, finirebbe per ridursi e non di poco, con il risultato di non accettare come equi e giusti i gravami derivanti da decisioni sfavorevoli. Se ne deduce, in soldoni, che il magistrato riscuota fiducia e rispetto solo quando si mostra autorevole e sereno, misurato nella forma aderente ai fatti nella sostanza. Il tutto senza alcun pregiudizio od omissione nei confronti delle parti in causa. Se viceversa il magistrato proferisce parole oppure compie gesti partigiani, avulsi dal contesto e dalle procedure, l’intera impalcatura legata all’imparzialità del processo viene clamorosamente meno. Le considerazioni testé elencate sono elementari per chiunque, figurarsi per coloro che di mestiere sono chiamati a giudicare. Troppo evidenti tali ragioni perché gli operatori stessi della giustizia, posti sullo scranno più alto (il termine “magistrato” deriva dal latino magister, capo, maestro, indicando chi detiene una posizione di supremazia o di guida), non ne siano perfettamente consapevoli. Ebbene tale “consapevolezza” non dovrebbe ammettere deroghe di nessun genere o natura dal momento che ogni eventuale deroga finisce con l’assumere il valore materiale di una testimonianza, di un eloquente significato. Percepito come come quello di non sentirsi più sottoposti qll’applicazione delle leggi secondo il principio dell’imparzialità ma, al contrario, al volere dei personali convincimenti di chi giudica. Sorge in questi casi la figura degenere e pericolosa del cosiddetto “giudice etico”, ossia di colui che non amministra la giustizia secondo le sole leggi, con serenità e senza pregiudizio, ma secondo il proprio modo di interpretare gli eventi, soggettivamente. Un pericolo gravissimo che è ancora più esecrabile nel momento in cui il pregiudizio anima il giudice che esercita la parte della pubblica accusa durante il processo. Un ruolo che, sarà bene chiarirlo, lo obbliga a ricercare la verità anche quando quest’ultima si dovesse rivelare in favore dell’incolpato!! Una delle tesi sostenute da coloro che si sono schierati contro la separazione delle carriere è proprio quella di evitare che il pubblico ministero perda la figura d’essere prima un magistrato e poi un inquisitore. In soldoni: smarrisca la sua naturale funzione di magistrato per trasformarsi in un accusatore di mestiere. Teoria, mi direte, quasi sempre disattesa, ma decisiva e centrale in uno Stato di diritto. Ma se chi accusa si espone poi in una pubblica manifestazione di appartenenza politica (cosa diversa dal coltivare proprie idee come chiunque altro), ecco che diventa sostenitore di una parte contraddicendo, in tal modo, la terzietà del proprio ruolo perché condizionato dalla militanza ideologica. Parliamoci chiaro: la magistratura italiana attualmente si mostra divisa, al suo interno e nel supremo organo di controllo dei giudici (il Csm), in varie correnti di plurimo orientamento politico. Tutto questo significa ridurre la terzietà ad una mera espressione di principio!! Se i togati di Magistratura Democratica, la corrente di Sinistra celebrano congressi nei quali ospitano esponenti legati appunto al mondo della sinistra, elaborano documenti finali di chiara partigianeria ideologica, oppure arrivano ad esortare i propri iscritti a protestare, anche in aula, per il genocidio di Gaza, il colmo è raggiunto. Il tutto come se quella triste realtà non avesse ragioni politiche, né altri esempi (leggi violenze russe in Ucraina), non avesse radici e cause squisitamente ideologiche (!). In quel momento stesso questi giudici farebbero bene a dismettere la toga e ad indossare la kefiah, il classico copricapo palestinese, diventando cosa diversa ed estranea al loro stesso magistero. Non si capisce a che titolo Md si sia schierata nella “questione palestinese”, non lo si comprende se non per ribadire una diversa funzione del ruolo di giudice, ossia utilizzarla la legge per giungere ad altri scopi, invece di applicarla alla lettera senza passioni e senza pregiudizi.
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